Potere, sfarzo e spezie: l’epoca d’oro di Venezia, infusa di sapori esotici

La fondazione della città di Venezia è tradizionalmente attribuita al 25 marzo 421 d.C., come riportato dal Chronicon Altinate, risalente al XIII secolo e considerato la fonte più antica per la storia della città. L’opera narra di tre consoli inviati da Padova alla ricerca di un luogo adatto alla costruzione di un porto commerciale nella laguna veneziana; individuato quel luogo lungo la riva dell’odierno Canal Grande, posero la prima pietra della chiesa di San Giacomo di Rialto.

In realtà, oggi gli storici attribuiscono la nascita di Venezia a delle migrazioni, in origine temporanee e intermittenti e in seguito definitive, dalla terraferma alle isole a causa alle frequenti e sanguinose incursioni barbariche nel corso del V secolo. Le isole offrivano infatti protezione dalle orde, che si spostavano a cavallo con un crescente carico di ricchezze e provvigioni saccheggiate. Persino il temibile re degli Unni Attila, che aveva messo in ginocchio l’Impero Romano d’Oriente e marciava ora su quello d’Occidente, rinunciò ad addentrarsi nell’insidiosa laguna dopo aver raso al suolo Aquileia (452 d.C.), incoraggiando i rifugiati ad espandere e fortificare il loro insediamento.

Consoli o barbari che fossero, il destino di Venezia era chiaro: una città da plasmare e sviluppare seguendo un disegno preciso, quello di una potenza marittima e commerciale indipendente. 

In quanto importante punto di snodo tra le rotte mercantili del Sacro Romano Impero e quelle dell’Impero Bizantino, nel IX secolo Venezia divenne uno dei principali porti di scambio tra l’Occidente e l’Oriente, per poi guadagnare definitivamente l’indipendenza nel 1143.

L’espansione nell’Adriatico segnò la nascita della Repubblica marinara, governata dal Doge e simboleggiata dal Leone alato, in omaggio al patrono San Marco Evangelista. Venezia assunse il titolo di Serenissima Repubblica il 15 aprile 1423, con l’elezione del doge Francesco Foscari.

Affermatasi come vero e proprio crocevia di popoli e culture, la laguna accolse flussi di mercanti, artigiani e migranti stranieri, assimilando i loro diversi usi e costumi e dimostrando una certa (e insolita, per l’epoca) tolleranza, offrendo anche la possibilità di ottenere la cittadinanza. 

La società multiculturale e fiorente veneziana era terreno fertile per ambizioni di espansione imprenditoriale: la potente classe mercantile veneziana stringeva ora le redini dei mercati europei e si avventurava lungo la Via della Seta sino in Estremo Oriente, inviando squadre di ossequiosi ambasciatori ai grandi re e khan per stringere preziosi accordi commerciali. 

Tra di essi vi era Marco Polo, che descrisse nel Milione caravan carichi di sete, broccati, damaschi intessuti d’oro, perle e gemme preziose, porcellane e avori intarsiati, cavalli di razza e animali da compagnia, manoscritti e opere d’arte, gioielli e ornamenti, invenzioni e tecnologie mai viste. 

Ma, in una Venezia di sfarzi, carnevali ed eccessi, erano sorprendentemente le spezie a infiammare i cuori dei cittadini: importantissime per i loro usi gastronomici, medici e cosmetici, venivano importate a tonnellate da Africa, Medioriente e Asia e vendute al celebre mercato di Rialto sotto i severissimi occhi dei messeri del pepe, funzionari statali appositamente incaricati.

Pepe, zafferano, chiodi di garofano, cannella, noce moscata, macis, coriandolo, zucchero e riso: questi sono solo alcuni degli alimenti accolti e integrati nella tradizione culinaria veneziana, grazie soprattutto alla lunga storia di contaminazione interculturale della città. Le influenze principali erano quelle ebree, greche, armene e levantine, che costituivano infatti le principali minoranze. Si diffusero così pietanze come le sarde in saor, il riso con l’uvetta, la pastissada de manzo con verdure, il vino speziato…

Le spezie erano anche cruciali per affermarsi in società e segnalare il proprio ceto. Lo testimonia il Notandissimi Secreti dell’Arte Profumatoria, opera risalente al 1555 e contenente più di 300 ricette diverse, da come confezionare balsami e belletti a come tingere i capelli, profumare il corpo e gli indumenti, coprire gli odori in casa. Non solo vezzi riservati alle classi più abbienti, quindi, ma pratiche di igiene e cosmesi quotidiane dettate dalle buone maniere del tempo.

La cosiddetta “arte profumatoria” diventò una delle principali maestrie della Repubblica di Venezia, che vide la nascita delle Corporazioni dei Saoneri e dei Muschieri (maestri dei saponi e dei profumi) e la diffusione di botteghe, parrucchieri e barbieri.

Più remote le origini, più limitata la produzione, e più esclusiva e bramata era la spezia: la richiesta era tanto incalzante da ogni angolo d’Europa che Venezia istituì una vera e propria Via delle Spezie, confermandosi come “Porta d’Oriente” ed egemone del Mediterraneo.

L’epoca d’oro della Serenissima arrivò tuttavia al suo tramonto a partire dal XV secolo, con l’espansione dell’Impero Ottomano e, soprattutto, con la scoperta delle Americhe. La promessa di un intero sconfinato continente di nuove merci e opportunità monopolizzò gli interessi commerciali europei, e la non più serena Serenissima si vide costretta a rivolgere lo sguardo verso l’entroterra, abbandonando le ambizioni marittime e concentrandosi sullo sviluppo dei territori continentali.

La laguna ebbe un ritorno alla ribalta in epoca moderna con la moda della villeggiatura, rispolverata dall’epoca romana e rinascimentale e rinfrescata con un tocco edonistico: nobili, intellettuali e artisti si ritrovavano ogni anno nei salotti delle ville e nei palazzi veneziani,  dedicandosi sia ai piaceri della società che alla produzione artistica. Nel XVIII secolo Venezia fece il ritorno tra le città più influenti d’Europa, questa volta non come potenza marittima ma come fucina di arte, letteratura e architettura.

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